“Occhi grigi” di Julius Fast

Cari a-mici,

Oggi facciamo i gatti vintage e parliamo di un romanzo di Julius Fast (1919 – 2008), “The League of the Grey-Eyed Women”, uscito in Italia nel 1971 per la casa Editrice Nord con il titolo “Occhi grigi”.

Quest’opera si pone tra la fantascienza tout court e l’horror: sono prettamente fantascientifiche le premesse (l’utilizzo un’innovativa terapia genica), mentre lo sviluppo esprime “sotto forma diversa una carica d’angoscia pari a quella che [sta] alla base dell’orrore tradizionale” (1).

La storia inizia con un colloquio tra il protagonista, Jack Freeman, e il suo medico: il vago fastidio al fianco che lo tormenta da qualche tempo è in realtà una neoplasia, incurabile. Né chemioterapia né radioterapia possono offrirgli una speranza di guarigione e la sentenza è senza appello: in poche settimane, il dolore inizierà a diventare invalidante ed entro tre mesi Jack sarà morto. Come giornalista specializzato in articoli di medicina, Jack ricorda in modo vago gli esperimenti di un giovane genetista canadese, il dott. Stiener: aggrappato a una flebile speranza, decide di recarsi nel suo laboratorio di Montréal, dove conosce la dottoressa Stephanie “Steve” Douthright, fortemente fiduciosa nella terapia sperimentale che stanno mettendo a punto con il loro ristretto gruppo di ricerca. Dopo l’iniezione, Jack si sente diverso, più forte, ma le nuove analisi confermano: la malattia procede rapidamente. A questo punto, persa anche l’ultima speranza, dopo una notte allucinata durante la quale, ubriaco, si è convinto essere diventato un lupo per poi risvegliarsi nudo a Central Park, si accomiata dall’amico Clifford McNally e decide di suicidarsi, gettandosi dal ponte George Washington. Eppure, a metà caduta, si ribella (2).

“Che cosa aveva fatto? Che pazzia l’aveva spinto? Con terribile chiarezza seppe di non essere pronto per la morte. Non ancora, non ora. [...] La morsa dell’orrore si tramutò in rabbia, per la volontà di vivere che lo attraversò come una fiamma. Non sarebbe morto. Una convinzione folle e selvaggia lo pervase. Ne sarebbe uscito. Sarebbe volato via come un uccello”.

E Jack cambia aspetto: prima uccello, poi squalo, tra l’autocoscienza e l’istinto animale, trasfigurato, guarito, diverso in un modo che cerca, a poco a poco, di comprendere, mentre plasma per sé un nuovo corpo. Sulla terraferma, intanto, Clifford scopre che Jack è l’obiettivo di una caccia serrata da parte di Steve e di un gruppo di donne, tutte con occhi grigi e connesse tra loro in un modo decisamente soprannaturale…

La copertina dell'edizione italiana del 1971, con una bellissima illustrazione di Karel Thole. Foto nostra, rielaborata, © Editrice Nord.
La copertina dell'edizione italiana del 1971, con una bellissima illustrazione di Karel Thole. Foto nostra, rielaborata, © Editrice Nord.

Con qualche ingenuità medica, peraltro un po’ didascalica, che può far sorridere chi legge il romanzo dopo cinquant’anni dalla prima pubblicazione, “Occhi grigi” mantiene un ottimo equilibrio tra la creatività della scelte narrative – con una punta di ironia e sarcasmo davvero ben dosati – e lo sviluppo della personalità del protagonista.

Al di là della delicatezza con la quale racconta la malattia di Jack, Julius Fast affronta con grande eleganza sia il rapporto con l’amico Clifford che il legame con le donne dagli occhi grigi: Jack non è mai presentato come un uomo straordinario circondato da un harem di donne bellissime, né la sua storia è declinata come la presa di coscienza di un supereroe onnipotente.

Piuttosto, l’autore insiste sull’umanità dello straordinario, su come Jack, prima che un Homo superior (3), sia una persona sola, smarrita: ancor prima della diagnosi di malattia, Jack si sente in qualche modo mutilato, continua “a cercare dentro di sé qualcosa che [riesce] a percepire, ma non a comprendere” (4).

Nel costringerlo a interrogarsi per la prima volta su quanto la sua (la nostra) identità non possa prescindere dalla memoria, la mutazione (5) pone le basi per un legame autentico e profondo con tutta l’umanità, la cui rinascita, obiettivo finale di Steve e delle compagne, non impone resurrezioni o apocalissi (6), ma riscopre nella fratellanza e nell’empatia il primo motore dei rapporti umani. E d’altronde, proprio il legame “ordinario” con Clifford gli permetterà di “salire un altro gradino sulla [scala evolutiva dell’uomo]” (4).

Se pensate vi possa piacere “Occhi grigi”, consigliamo anche…

  • …un romanzo dove tutte le donne sono streghe:Ombre del male” (“Conjure Wife”), conosciuto anche con il titolo “Il complotto delle mogli”, capolavoro del 1943 di Fritz Leiber;
  • …un racconto poetico e delicato sull’affrontare un male incurabile: Scultura lenta” (“Slow Sculpture”) di Theodore Sturgeon, 1970;
  • …un racconto con una generazione di bambini telepati: “102 bombe H” (“102 H-Bombs”) di Thomas Michael Disch, 1967;
  • …un romanzo di fantascienza anni Cinquanta su una subdola invasione extraterrestre che inizia con la nascita di un gruppo di bambini dagli occhi chiari: “I figli dell’invasione” (“The Midwich Cuckoos”) di John Wyndham, del 1957, dal quale hanno tratto il bellissimo “Il villaggio dei dannati” (“Village of the Damned”), film del 1960, e l’omonimo remake di John Carpenter (“John Carpenter’s Village of the Damned”) del 1995.

Note

1 Dalla presentazione di Riccardo Valla.

2 Da “Occhi grigi”, pag. 88, traduzione di Gabriele Tamburini, Casa Editrice Nord, 1971.

3 Julius Fast, in realtà, definisce la nuova razza Homo telepatiens.

4 Da “Occhi grigi”, pag. 199, traduzione di Gabriele Tamburini, Casa Editrice Nord, 1971.

5 Spoiler: indotta solo in parte.

6 Spoiler: beh, quasi!