“A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe”

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Il fantasy moderno è morto nel momento in cui qualcuno ha deciso che la magia potesse essere spiegata con mutazioni genetiche.

Uno dei più sconcertanti esempi di questo drammatico trend che ogni tanto torna in auge (1) è “A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe”, serie che abbiamo deciso di vedere a causa di un tragico fraintendimento sul personaggio interpretato da Matthew Goode. (2)

La serie, prodotta da BadWolf/Sky e trasmessa per la prima volta tra il 2018 e il 2022, è tratta dalla “trilogia delle anime” di Deborah Harkness, che ha esordito nel 2011 con “A Discovery of Witches” (“Il libro della vita e della morte”), per poi proseguire con “Shadow of Night” (“L’ombra della notte”, 2012) e “The Book of Life” (“Il bacio delle tenebre”, 2014). La storia di base è la più classica: lei, Diana Bishop, strega amante dei libri e studentessa così brillante e diligente da diventare professoressa di storia dell’alchimia all’Università di Oxford in tempo zero, si innamora del misterioso Matthew de Clermont, che non è altro che un vampiro vecchio di 1500 anni. Naturalmente, la loro unione è profetizzata da secoli e, naturalmente, contro di loro si oppone uno sparuto gruppo di arcicattivi che o non sono poi così cattivi (Domenico, Philippe) o lo sono, ma crollano come un castello di carte al primo soffio di vento (Satu, Peter Knox).

La locandina della seconda stagione di "A Discovery of Witches", da IMDb.com

La serie, dopo tre stagioni e per un totale di 25 episodi, ha la “conclusione perfetta”: tutti sposati tra loro, tutti eternamente felici e contenti, tutti a spiegare, con tanto di monologo finale, come ognuno possa e debba contribuire alla rinascita di una società giusta ed equa dove nessuno può opporsi al vero amore.

Al di là della drammatica ingenuità della chiusura finale, allo sguardo di chi come noi non ha mai letto i romanzi appare evidente che la serie televisiva abbia riassunto molto – troppo – di quanto raccontato nei libri (3): quasi istantaneo l’innamoramento – per quanto telefonato – tra i protagonisti, improvvisa la rivelazione delle potenzialità dell’universo magico, soprattutto dal punto di vista delle streghe, che in un paio di puntate passano da complicati rituali per accendere candele a banalissimi balzelli che permettono loro di viaggiare nel tempo di qualche secolo.

Pur fingendo di non provare alcuno sconcerto per un sistema magico insensato che non sembra avere alcun limite coerente, è impossibile ignorare come la divisione del mondo sovrannaturale in tre razze – streghe, vampiri, demoni – sia profondamente squilibrata. Se le streghe, come detto prima, possono, potenzialmente, fare qualunque cosa, i vampiri sono azzoppati dall’ossessione di farli apparire come “non poi così cattivi”: bevono vino rosso, mangiano carne cruda (ma solo di animali), sogghignano e ascoltano buona musica negli stessi castelli medioevali dove vivono da secoli e i pochi che si comportano da vampiri sono in realtà malati della “rabbia di sangue” (blood rage). Se la possibilità di viaggiare nel tempo è già un duro colpo per la coerenza interna della saga (4), è con la spiegazione genetica della blood rage che la storia deraglia in una serie di “vorrei ma non posso”, cercando di unire (male) magia e scienza al punto che l’unica soluzione possibile è appellarsi alla bontà d’animo dei protagonisti in un positivismo spicciolo che non può che risolversi in un finale didascalico traboccante di buoni sentimenti. (5)

È chiaro che, se la struttura generale traballa, i personaggi più interessanti devono a un certo punto essere ricondotti, volenti o nolenti, alla trama principale: questo porta, per esempio, alla perdita inspiegabile della sottotrama vittoriana della ricerca del Libri della Vita, che aveva suggestioni horror più che promettenti (6), e alla diluizione di qualunque contrasto generazionale tra i vampiri reggenti della famiglia de Clermont (Matthew e Ysabeau) e le nuove generazioni (Marcus e Jack), vittime di veri e propri crimini da parte dei loro stessi “genitori”. A questo proposito, tacciamo della sottotrama coi nazisti, perché è desolante che nella saga qualunque ingiustizia – o meglio, qualunque massacro – sia appianato con la giustificazione dolciastra che, con il trascorrere dei secoli, i vampiri della famiglia de Clermont abbiano riflettuto sui propri errori e pertanto ora siano automaticamente dalla parte dei buoni nonostante le loro gravi responsabilità passate.

In sintesi: la serie “A Discovery of Witches” è sicuramente una modernizzazione mal riuscita di streghe e vampiri e, più in generale, un prodotto traballante nel quale non si rende giustizia a personaggi davvero interessanti (Domenico, Gallowglass, Marcus, Jack), ridotti a comparse nonostante avessero da dire molto più dei protagonisti.

Note

1 Nella saga di “Twilight” di Stephenie Meyer, vampirismo e licantropia sono spiegati con variazioni del numero di cromosomi. In “Underworld”, oggetto di mutazione è Alexander Corvinus, antenato di lupi mannari e vampiri.

2 Avremmo dovuto vedere “Abigail” (2024), o perlomeno “Stoker” (2013).

3 Sicuramente la mancanza di chimica tra i due attori principali (Matthew Goode e Teresa Palmer) non aiuta alla sospensione dell’incredulità.

4 A un certo punto inserire gli alieni sarebbe stata una decisione più accettabile. Ciò detto, la possibilità di andare indietro nel tempo è una delle più gravi pecche della saga di Harry Potter, che per altri versi è molto solida. Solidità che la “trilogia delle anime” non ha in partenza, benché in teoria sia dedicata a un pubblico più adulto.

5 Se in questo testo manca qualsiasi riferimento ai demoni, la “terza razza”, è perché sono trattati così marginalmente nella serie da non mostrare mai, neppure una volta, le loro caratteristiche sovrannaturali – il sospetto è che siano stati inseriti nella trama per il simbolismo magico del numero tre. Dei demoni si sa solo che progressivamente “impazziscono”, come le streghe stanno perdendo i poteri e i vampiri hanno smarrito quasi del tutto la capacità di crearne altri: tutto dipende dall'”indebolimento genetico” delle creature che si sono auto-ghettizzate per secoli, ma che invece (…sorpresa!) dovrebbero riprodursi tra loro per fortificare la propria magia e scongiurare la diffusione di tare cromosomiche nelle diverse generazioni.

6 Che il bellissimo episodio in Boemia (2×07) termini in un nulla di fatto lascia davvero senza parole. In generale, l’eterogeneità di sceneggiatura e regia è tale che in alcuni momenti sembra di guardare una serie diversa rispetto all’episodio precedente, complice un montaggio tutt’altro che uniforme.